//Fare affari negli Stati Uniti nell’era Trump: nuove opportunità o fine di un mercato libero?

Fare affari negli Stati Uniti nell’era Trump: nuove opportunità o fine di un mercato libero?

Un’analisi dei punti salienti della presidenza Trump, e come quest’ultima potrà influire sull’internazionalizzazione delle imprese italiane.

 L’8 Novembre 2016 l’America ha scelto Donald Trump come suo 45esimo Presidente, costringendo i media di tutto il mondo ad una doccia fredda, dopo averlo dato per spacciato fin dalla sua discesa in campagna elettorale. Si temeva un crollo dei mercati, invece gli indici finanziari americani non solo hanno retto, ma hanno rilanciato al rialzo. Il Dollaro si è prezzato dimostrando che che la FED (banca centrale americana) vede di buon occhio le politiche economiche di Trump, volte all’espansione dell’industria Americana, e di conseguenza all’aumento dei consumi.

Fin dalla prima settimana alla Casa Bianca il neopresidente si è adoperato per mantenere le promesse fatte, emanando ordini esecutivi in tema di immigrazione ed economia. Ha dichiarato guerra al trattato commerciale NAFTA (North America Free Trade Agreement) che intercorre tra Canada, Stati Uniti e Messico, quest’ultimo nemico numero uno per essere sede di impianti produttivi a basso costo. L’accanimento contro il NAFTA è dovuto alla pratica diffusa nell’industria Automotive di produrre vetture in Messico per poi rivenderle negli States. Trump ha difatti minacciato dazi del 35% alle case automobilistiche avvezze a questa strategia. I diversi CEO, da FCA a Tesla, hanno risposto immediatamente, promettendo ulteriori investimenti in USA, vedendosi bloccato l’ingresso al mercato americano dalla porta sul retro.

Le minacce di dazi non hanno risparmiato l’Italia e l’Unione Europea. A fine marzo, in ritorsione ad una ban dell’UE delle carni americane, Trump ha annunciato possibili dazi, anche del 100% a formaggi francesi, alle moto Piaggio e ad altri prodotti di cui l’Italia è esportatrice. Per quanto questa notizia possa aver spaventato, è necessario contestualizzarla. Fin dalla campagna elettorale Trump ci ha abituati ad una strategia di comunicazione sopra le righe, che fa capire quanto la cifra “100%” sia simbolica e volta a creare clamore. Inoltre è necessario considerare che tra lanciare minacce e metterle in pratica la strada è lunga. Ci sono diversi player, come la WTO (Word Trade Organization) e dinamiche interne allo stesso partito repubblicano, ai quali anche il Presidente degli Stati Uniti deve dare conto. Senza contare che tale imposizione doganale innescherebbe una guerra commerciale senza precendenti, che annullerebbe i forti legami commerciali che intercorrono tra USA ed UE. Tali legami, nel 2015, sono valsi 870 Miliardi di Dollari. Un ulteriore fattore da considerare sono gli export ed investimenti diretti esteri americani, di cui l’Europa è la principale destinazione. La messa in discussione di tale partnership sarebbe molto dannosa per entrambre le parti, e pertanto altamente improbabile.

Nel mirino di the Donald è finito anche il trattato TTIP, destinato ad abbattere le barriere commerciali tra USA ed Unione Europea. Come fa notare Cecilia Malmstrom (Commissario Europeo per il commercio), se il TTIP navigava in cattive acque già prima dell’avvento di Trump, ad oggi si può considerare affondato. Qui l’Italia cade fortunatamente in piedi: il trattato in questione sarebbe andato ad abbattere le differenze qualitative degli alimenti in favore dell’Italian sounding, acerrimo nemico del Made in Italy.

In ambito manifatturiero, si prospetta terreno fertile per gli investitori italiani che strizzano l’occhio al mercato oltreoceano. A Gennaio, Trump ha istruito il ministro del commercio ad analizzare le leggi federali che frenano l’espansione dell’industria USA, con lo scopo di semplificarne le procedure. Anche la Tax Reform svela il lato business friendly del nuovo Presidente. I punti chiave sono la piena, totale ed immediata deducibilità degli investimenti (molto più agevole del nostro sistema di ammortamenti), il tetto del 15% alla corporate tax e la diminuzione del numero delle fasce di reddito per l’imposizione fiscale da sette a tre. Lo scopo è alleggerire il carico fiscale alle imprese, attraendo investimenti esteri, ed aumentare i consumi del ceto medio-alto, principale destinatario degli export di qualità.

L’amministrazione Trump non rappresenta quindi la fine di un’era, bensì preannuncia un nuovo modo di internazionalizzarsi verso gli Stati Uniti. Rispetto all’export, saranno agevolati gli investimenti diretti negli Stati Uniti, e sarà maggiormente necessaria una presenza stabile e continuativa negli USA. Alcuni settori continueranno a percorrere la via dell’export per mantenere la loro essenza, in particolar modo il settore Food & Wine, che nella maggior parte dei casi richiede che la produzione rimanga in Italia. Per altri settori invece, come ad esempio l’eccellente meccanica Italiana, si dovranno valutare investimenti in impianti produttivi sul suolo americano.

Ci sarà quindi una transizione dalla mera vendita e spedizione all’estero, alla creazione di una filiale in America, oppure di una joint venture con partner americani. In ultima istanza si dovranno valutare acquisizioni ed investimenti diretti. È bene ricordare che strategie diverse di internazionalizzazione presuppongono diversi obiettivi, costi e profitti. Tuttavia le politiche business friendly di Trump, e gli incentivi agli investimenti esteri già in essere nei diversi stati americani, favoriranno questa transizione.

Le aziende italiane, per poter operare con successo negli States, dovranno quindi “americanizzarsi” attraverso una solida presenza sul territorio.

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Di | 2017-06-28T12:39:45+00:00 aprile 2nd, 2017|Import export|0 Commenti